Parole per un orecchio

Gli Arti e Mestieri per Torino, Torino per gli Arti e Mestieri

C'è stato un momento in cui ci voleva del coraggio per essere un Arti e Mestieri. Successe agli inizi degli anni Ottanta, quando il rock progressivo fu spinto in secca dal tecnopop, dal post punk e da tanta musica leggera americana quanta mai se n'era vista. Molti gruppi sparirono nel nulla, altri cedettero l'anima al diavolo dei videoclip. Pochi seppero tirare avanti senza compromessi, sperando di riuscire un giorno a vedere la fine di questi tempi duri in cui suonava e vendeva solo chi sapeva aprirsi una finestra sulla modulazione di frequenza. Fu una traversata lunga ed epica, ma chi l'ha intrapresa è arrivato lontano. Ha celebrato le nozze fra passato e presente, e cosi ha tenuto a battesimo un nuovo futuro. II suo nuovo futuro.

Furio Chirico e Beppe Croveila, soci fondatori degli Arti e Mestieri, questa storia possono raccontarla. Loro c'erano, uno seduto dietro la batteria e l'altro in piedi dietro l'adorato Hammond, quando la band torinese suonava in palasport stracolmi, ingelosiva la PFM e faceva sfigurare mostri sacri inglesi come i Gentle Giant. Insieme con Gigi Venegoni, poeta spilungone delle sei corde, i due energici strumentisti seppero togliere il fiato ai 45 mila accorsi al Parco Lambro per la grande festa di Re Nudo. Era il 1974, e nei negozi 1'etichetta piu moderna dell'epoca, la Cramps, aveva appena distribuito "Tilt - Immagini per unorecchio", straordinaria opera prima, un calderone di suoni nervosi e romantici in cui ribollivano anche spezie jazzrock e fusion.

Differenziava gli Arti e Mestieri dagli altri gruppi lo spirito urbano che avevano mutuato dall'essere torinesi. La loro musica era come una colonna sonora di una corsa lungo i viali infiniti che dalla periferia portano al centro, aveva un pulsare meccanico, un passo irrequieto chetrovava uno sbocco liberatorio nelleariose melodie in cui il tema del brano veniva sviluppato. C’era qualcosa di semplice costruito in modo complesso, che non era inglese e non era italiano. Era la musica della città dell'auto che sognava nel suo momento più critico. E, cosi facendo, tentava di liberare la sua anima intrappolata nell'acciaio e nello smog.

Anche "Giro di valzer per domani" (1975) dimostrò che la formula era giusta. L’ingresso - parziale - nel mondo della canzone diede al gruppo una ragione in più per sperimentare. Con due dischi alle spalle, un suono massiccio e un talento compositivo sostenuto dal miglior batterista italiano, il gruppo s'impose soprattutto per i suoi concerti. Dal vivo, la musica degli "A+M" diventava ancora più efficace e rotonda. Eppure, come capita, la storias'interruppe sul più bello. Vicende personali, rivoluzione commerciale, nuovi fenomeni. Tutto sembrò congiurare contro della band, che si perse per strada, quando stava per fare il grande salto.

I ragazzi la presero bene, fecero in fretta a capire chela macchinazioneera planetaria e proprio quella era la stagione in cui era faticoso essere uno degli Arti e Mestieri. Persero qualche pezzo per strada ma tennero il fuoco acceso.

Quinto Stato (1979),Acquario (1983) e Children's Blues (1985) sono album di passaggio, colpi di assestamento. 

Del resto, stava cambiando anche Torino, anche lei alla ricerca di un' identità.

Cosi come era malagevolevivere fra Mirafiori e la Mole mentre i quarantamila sfilavano in città, anche chi faceva musica soffriva per l'oppressione dei tempi. Occorreva ragionare, riflettere, suonare e crescere. Essere se stessi e lasciar passare i giorni. Arriva sempre il momento in cui il Destino ridistribuisce le carte e ti propone di giocare la partita che ti aspetti.

A metà degli anni Novanta gli Arti e Mestieri, ufficialmente mai sciolti, hanno ripreso a frequentarsi, uniti dalla passione, da una vecchia amicizia, da un seguito internazionale che pochi si sarebbero aspettati. Il Giappone stà ristampando i vecchi dischi e, sugli scaffali prog dei megastore di Shibuya, i cd del gruppo torinese sono ordinatamente schierati a fianco dei King Crimson e degli Yes.

 La nascita di Internet ha alimentato una pioggia di messaggi da tutto il pianeta, gente chiede notizie sul futuro, quel futuro che nasce dal connubio fra ciò che e stato e ciò che si può fare. La sintesi di passato e presente.

La prima risposta s'intitola Murales, sfornato nel Duemila da una formazione quasi classica. Un disco arioso, fotografia del cambiamento degli ex ragazzi del Lambro e anche della città che li ospita. Un lavoro progressive in salsa mediterranea, sedici quadri che descrivono una nuova parabola, torinese, italiana, europea e, per così dire, etnica. Cartoline multicolore da una Porta Palazzo anche maghrebina e dai murazzi del Po che ritrovano la vita quando cala il sole. La prova che il gruppo non ci fa, ma c'è.

Partiti da un città per molti versi di confine, e dopo essersi ritagliati un angolo di mondo tutto per se, gli Arti e Mestieri festeggiano ora il trentesimo anniversario con l'energia del primo giorno. All'inizio di marzo hanno suonato a Baja Prog, straordinario festival messicano, dove il loro show compatto ha sorpreso solo chi li conosceva poco. Chirico e Crovella lavorano su progetti ambiziosi, un ampio tour italiano, alcune serate in quel Giappone che li attende da sempre, un nuovo album concept per il 2005, e una grande festa di compleanno, con un concerto per a Torino e per Torino che diventi un disco e un dvd. Sarebbe il suggello perfetto per la lunga storia d'amore fra il gruppo e la città, un appuntamento a cui sarebbe impossibile sottrarsi. Dopo tutto questo tempo, un matrimonio che dura merita di essere celebrato Per non dimenticare quello che e stato e scommettere su quanto ancora si può fare.

Marco Zatterin